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Sembrava che l'estate avesse già preso il sopravvento, poi, all'improvviso, è tornato il maltempo. Gli abiti leggeri del cambio stagione non c' entravano un cazzo con la pioggia e il calo delle temperature; io, infreddolita nella mia blusa color viola polveroso di Zara, ho dovuto rimediare con uno spolverino nero 100 gr. prima di immergermi nel petricore che si sprigionava dal terreno avviandomi verso lo studio della psicoterapeuta. Sono arrivata con le caviglie frigider, scoperte tra l'orlo sfrangiato dei jeans cropped e le All Star di pelle di culo di vacca, fraciche. Una volta seduta, ho iniziato il solito resoconto delle ultime due settimane, ma nel raccontare mi sono resa conto che ormai tendiamo a ripetere le stesse cose, tanto che finiamo spesso a parlare dei libri di Brian Weiss e di spiritualità.
Oggi, però, ho trovato il coraggio, così, le ho chiesto di diradare le sedute, passando da due appuntamenti a uno solo al mese. Lei si è detta d'accordo e io mi sono sentita tanto fiera di me stessa. Quando sono uscita, mi sentivo più leggera. Era spuntato anche il sole. Nonostante il traffico per l'arrivo degli Alpini (che culo), non mi sono lasciata scazzare: mi sono infilata in metropolitana, alternativa un po' scomoda per arrivare a lavoro dal centro, con il sorriso di chi ha segnato un altro goal.
Ripensandoci, la prima domanda che mi aveva posto la psicoterapeuta anni fa era stata: "Perché è qui?". La verità è che non me lo ricordo nemmeno più il motivo per cui ero lì, e forse, dopotutto, il vero traguardo era proprio questo.